International convoy departed on December 6th 2009 and arrived in Gaza January 6th 2010
MISSION ACCOMPLISHED!
One month, thousands of miles, ten countries, one ship and a four flights
later, Viva Palestina has entered the besieged Gaza Strip (da www.vivapalestina.org).
Questo comunicato stampa
è una breve sintesi delle vicende del "Convoy to Gaza" inglese.
Ci riserviamo di dare un
seguito con una analisi politica più approfondita.
Quello
che va sottolineato e ribadito è che il successo del Convoy to Gaza è dovuto
alla determinazione politica di tutti/e i partecipanti.
Nessuno
tra gli organizzatori e tra i partecipanti ha mai messo in dubbio
l´obiettivo del convoglio: entrare a Gaza. Questa determinazione ha
permesso al convoglio di superare tutte le difficoltà frapposte dal governo
egiziano in combutta con quello israeliano.
Abbiamo partecipato,
unici italiani, al Viva Palestina Convoy, organizzato da Viva Palestina (VP) (www.vivapalestina.org) e animato dal
deputato britannico George Galloway. Il convoglio, partito da Londra il 6
dicembre 2009, ha
attraversato Belgio, Germania, Austria, Italia, Grecia, Turchia, Siria,
Giordania ed Egitto ed è arrivato, dopo infinite difficoltà, a Gaza la sera del
6 gennaio 2010.
Per quanti/e sono
partiti/e da Londra l´odissea è durata un mese! Al convoglio formato in
partenza da 350 attivisti/e britannici (molti delle comunità musulmane inglesi)
da una delegazione della Malesia, e da 150 automezzi e ambulanze, si sono
successivamente uniti un gruppo belga, una forte delegazione turca di circa 90
persone e 60 automezzi e ambulanze e circa 60 giovani di Viva Palesatine US. In
totale circa 500 persone e circa 200 automezzi.
Come ISM-Italia, avevamo
consegnato in Italia al convoglio, 10.000 euro di medicinali, forniti
dalla Cooperazione Internazionale della Regione Piemonte. Abbiamo raggiunto
il convoglio a Damasco il 21 dicembre e proseguito per la Giordania, con una
straordinaria accoglienza della popolazione nei piccoli paesi attraversati,
nelle città, con momenti di incontro con le comunità musulmane locali (ad Amman
hanno raggiunto il convoglio anche tre rabbini del gruppo Naturei Karta), con
il dono di cibo, acqua e dolci. A Damasco siamo stati ospitati a cura del
governo siriano in un moderno complesso turistico alla periferia della città,
sia il 21 dic, sia quando siamo passati di nuovo per raggiungere il porto di
Lattakia. Ad Aqaba, bloccati dal rifiuto dell´Egitto di poter proseguire
nel Sinai, per raggiungere Gaza, ormai a meno di 200 km, il 27 dicembre
giorno dell´inizio dell´attacco israeliano del 2008, alcuni
alberghi hanno messo a disposizione gratuitamente le loro stanze e offerto cibo
a tutti. L´Egitto, malgrado gli accordi precedentemente sottoscritti con
Viva Palestina ha posto tre condizioni:
- di arrivare
al porto di El Arish - di accettare
il permesso di ingresso a Gaza da parte israeliana - di consegnare
i materiali all´UNRWA
Queste due ultime
condizioni sono state respinte dal convoglio.
Siamo stati comunque
costretti a tornare in Siria sino al porto di Lattakia con un ulteriore viaggio
di circa 800 km.
Qui, dopo lunghe trattative della delegazione di VP, del governo siriano
e turco con quello egiziano, tutti i mezzi sono stati fatti salire su una nave
turca e le persone divise in 4 gruppi trasferite con voli charter
all´aeroporto di El Arish.
Da quel momento infiniti
ostacoli e continui nuovi raggiri sono stati posti dalle autorità egiziane:
attese lunghissime all´aeroporto di El Arish per la verifica dei
documenti, per alcuni gruppi oltre le sei ore, per altri una notte intera senza
cibo e acqua, portati poi dalla croce rossa egiziana, senza sufficienti bagni,
con l´appello finale per restituire i passaporti, gridati, i nomi, con
voci rauche che ricordavano il Raus nazista, sino alla `detenzione´
nel compound del porto e all´attacco pianificato da parte della polizia
egiziana a sera inoltrata.
La polizia
egiziana, giunta in forze (circa 2000 poliziotti) e in assetto antisommossa,
con decine di furgoni (della Iveco) nella tarda serata del 5 gennaio, ha
iniziato a provocare chi manifestava per la chiusura dei cancelli e per il
rifiuto egiziano di far entrare a Gaza alcuni veicoli. Hanno iniziato a
lanciare sacchi di sabbia e pietre e successivamente a picchiare e
arrestare chiunque fosse sotto tiro. Personalmente siamo stati testimoni
dell´arrivo successivo, verso mezzanotte, di circa 200 giovanissimi
poliziotti egiziani senza uniforme ma con sacchi di grosse pietre. Il bilancio,
il giorno successivo, è stato di 55 feriti e 7 arrestati (fra cui due giovani
attivisti del gruppo US Viva Palestina, con cui avevamo condiviso il lungo
viaggio e che erano stati con noi poco prima).
E che oltre 500 attivisti
filopalestinesi siano stati attaccati con pietre, l´arma della prima
intifada palestinese, da la misura del grottesco con il quale si è mossa la
polizia egiziana.
Nella tarda mattinata del
6, George Galloway, dopo lunghe e stressanti mediazioni, ha annunciato la
liberazione degli arrestati e l´entrata nella striscia di Gaza per tutto
il Convoy, tranne 59 veicoli alcuni dei quali con grosse apparecchiature e
generatori, che Israele pretendeva passassero per Kerem Shalom. La delegazione
turca ha spiegato poi che saranno destinati ai campi profughi palestinesi in
Siria e Libano.
L´uscita dal
compound e l´arrivo a Rafah hanno occupato tutto il pomeriggio e parte
della notte tra il 6 e 7 gennaio. L´entrata nella Striscia di Gaza, con
gruppi di palestinesi che offrivano garofani a tutti gli attivisti e attiviste
nei veicoli ha ripagato tutti delle fatiche e delle lunghe attese. Uno dei
ragazzi del nostro autobus, del US Viva Palestina, picchiato e con la testa
fasciata, al suo arrivo ha detto di voler tenere il suo sangue sulla maglietta,
come simbolo del sangue di tutti i palestinesi.
Secondo il Palestinian
Center for Human Rights a Gaza sono entrate 482 persone e 130 veicoli del
convoglio.
Il giorno 7 ci sono state
le grandi manifestazioni di consegna dei veicoli e degli aiuti (medicinali
innanzitutto, protesi, pacchi di materiale scolastico ecc.), l´incontro
con le autorità del governo di Hamas, con un lungo discorso di ringraziamento del
premier Haniyeh, che è il primo ministro legittimo dell´ANP e non
semplicemente il primo ministro de facto
a Gaza, ma anche con molti ragazzi e ragazze, con donne che volevano conoscere
personalmente chi era riuscito ad arrivare sino a loro. "Da dove vieni,
come ti chiami, perché sei venuto a Gaza?" erano le domande più frequenti
durante tutto il giorno. "Vieni a casa mia, ti invito, stai con la mia
famiglia". Era rilevabile, specie fra i più giovani l´ansia di
parlare con "chi sta nel mondo di fuori", un´ansia,
talora aggressiva nei giovani uomini, che tradiva il trauma subito non solo nel
gennaio 2009, ma negli anni passati, trauma che la popolazione continua a
subire, per la chiusura delle comunicazioni con l´esterno e per la paura
di un'altra aggressione, "The Second Gaza War", di cui molti
parlano e che già si legge nei giornali israeliani.
All´uscita il
giorno dopo (poiché ci erano state "concesse" dal governo egiziano
solo 48 ore di permanenza nella Striscia), si aspetta l´apertura del
valico per circa 8 ore (ormai è chiaro che gli egiziani non vogliono mostrare
la presenza del convoglio agli abitanti del Sinai, perciò si viaggia sempre di
notte). Alle 18,30 si aprono i cancelli e si entra in territorio egiziano.
Chiusi fra i muri di cemento costruiti da israeliani ed egiziani, pensiamo a
come ci si può sentire quando si vive in queste condizioni da anni. Alcuni
palestinesi presenti ci informano che nella notte sono state colpite e
distrutte case vicino a Khan Younis e uccisi 3 civili, compresa una bambina di
pochi mesi. Terminate le procedure, ci fanno entrare negli autobus, contati più
volte dai poliziotti; gli autobus vengono chiusi e, scortati da decine di
furgoni di polizia, si parte per una lunga notte. Siamo in stato di arresto per
essere deportati dall´aeroporto del Cairo come persone non grate. Alcuni autobus si rompono e si fermano
nella nebbia e nel freddo del deserto. Si cambia autobus sotto un
controllo duro con decine di poliziotti intorno. Spesso non permettono che
donne e uomini possano scendere per le loro `esigenze primarie´. Lo
permettono solo quando si urla. Così `deportati´ (se con noi
`normali´ attivisti è questo il trattamento, possiamo immaginare
come trattano i migranti clandestini e i palestinesi), si arriva
all´aeroporto del Cairo, dove si aspetta ancora. E´ certamente una
"punizione collettiva", a cui ormai vengono addestrati anche
i poliziotti egiziani. Ci tolgono i passaporti. Senza cibo e con scarse
toilette. Molti non hanno più il biglietto, alcuni, specie fra i giovani, non
possono pagarsene un altro e non possono quindi essere portati nei terminal.
Perciò aspettano in `detenzione´ in attesa dell´intervento
della relativa ambasciata. Via via che ciascuno/a riesce ad avere un volo
assicurato, pagando un altro volo, viene portato al gate, dove la polizia ti fa
il check-in e praticamente ti spedisce sin dentro l´aereo. Noi
riusciamo ad avere un volo a metà pomeriggio del sabato 9 gennaio, altri meno
fortunati rimarranno ancora una notte e ripartiranno domenica, sempre in stato
di detenzione.
Certo ora è importante
fare, insieme a tutti i gruppi di internazionali che hanno fatto queste
esperienze, una riflessione politica lucida sulla situazione attuale e sulle
strategie nuove da adottare.
L´esperienza che abbiamo
avuto partecipando al Convoy è stata in ogni caso, molto positiva. Abbiamo
incontrato decine di attivisti/e giovani e meno giovani, di culture e religioni
diverse, vivaci, entusiasti, pronti ad ogni faticoso cambiamento di programma,
ma decisi nell´essere uniti per arrivare a Gaza. Persone che hanno
lavorato molto nei mesi precedenti a livello di comunità e territorio per
organizzare il convoglio.
E´ stato anche
molto importante l´aver attraversato paesi diversi e aver costruito
insieme partecipazione e accoglienza nelle comunità, in particolare quelle
musulmane, e ampliato l´informazione per far crescere un senso comune di
solidarietà con tutto il popolo palestinese e in particolare con quello della
striscia di Gaza, dove, non va dimenticato, è in corso un genocidio.
Diana Carminati e Alfredo
Tradardi
ISM-Italia
Torino, 15 gennaio 2010