E' vero” le tradizioni si superano”,
come afferma Giuliana Sgrena oggi (28 Gennaio 2010) a pag.10,
spesso si modificano semplicemente adattandosi ai nuovi contesti
sociali fino a diventare patrimonio di un folclore consolatorio buono
a rafforzare la retorica celebrativa. Altre volte continuano a
funzionare nei comportamenti individuali e collettivi per riemergere
nel tempo e nello spazio chiuso e circoscritto delle feste in tutta
la loro drammatica vistosità. Così il fazzoletto
scomparso nel tempo quotidiano lavorativo riemerge come velo nero di
pizzo a cingere il capo di pie donne dietro la bara del Cristo morto
in molti angoli della nostra Europa liberata dal mito della scienza e
del progresso. Due “buone ragioni” che hanno spinto a scoprire e
ad occupare oltre confine terre “selvagge ed incivili”. Dopo
l'azione militare ci pensavano poi il prete, il dottore e
l'antropologo a mettere in ordine secondo i principi dell'allora
“civiltà”. L'impedimento di un velo a rapportarsi con il
mondo di fuori potrebbe non essere maggiore di una mente piena di
sicure certezze a relazionarsi con le diversità. Così
come la dignità della donna e del suo corpo non ha bisogno del
burqa per sentirsi umiliata e messa sotto tiro quotidianamente: basta
guardare nell'intimità domestica, che riflette le dinamiche
sociali, per sentirne la drammaticità. Certamente ci si muove
più liberi senza burqa così come si cammina meglio
senza scarpe: i piedi nudi obbligano ad un appoggio più
radicato con il suolo, restituendo una postura più dinamica e
una sensibilizzazione del tatto troppo a lungo sacrificato in onore
della vista, spesso confusa con l'intero corpo.